Il deserto dei Tartari

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“Essi dunque avevano un loro punto di arrivo,
mediocre o glorioso che fosse, di cui sapevano accontentarsi.”
 

Non è stata la sua solitaria pubblicazione nella Vienna nazista a far soccombere quel capolavoro che è Il deserto dei Tartari, questo curioso aneddoto editoriale, sintomatico della leggerezza valutativa umana, non ha potuto sviare la coscienza e l’intelligenza del lettore sincero: è evidente infatti che questo libro non ha nulla da spartire con la propaganda guerrafondaia e non è fomentato da moventi bellici; la storia di Francesco Drogo è la storia di noi tutti e funge da eccezionale scandaglio esistenziale, questa cronaca documenta la lacerazione interiore che causa l’attesa, il momento sfibrante dell’aspettazione.
Testuale: «Pareva evidente che le speranze di un tempo, le illusioni guerriere, l’aspettazione del nemico dal nord, non fossero stati che un pretesto per dare un senso alla vita».
Aspettare cosa? Tutto! L’occasione propizia, il momento perfetto… una perfezione che in terra forse non esiste.
Testuale: «Lei lo guardò con un sorriso poco persuaso e cambiò discorso. “E adesso dimmi, sei venuto per restare?”. Era una domanda che egli aveva già previsto. “Dipende da te” aveva pensato di rispondere, o qualcosa del genere. Egli però se l’era aspettata prima, all’atto dell’incontro, come sarebbe stato naturale, se a lei veramente premeva. Adesso, invece, gli era giunta quasi di sorpresa, ed era una cosa diversa, una domanda quasi di convenienza, senza sottintesi sentimentali».
L’onestà che presenta il protagonista può apparire eccessiva e stupida, questo accade perchè lui aveva programmato il momento dell’incontro con la ragazza, costruendosi troppo presto le modalità (perfette) dell’incontro. La vita non sempre ci viene incontro, per questo bisogna stare allerta, se la successione dei fatti non corrispondesse alla visione angelica che ci eravamo creati si deve necessariamente porre rimedio, tentando ugualmente una risposta al fatto imprevisto. Viviamo comunque minuto per minuto senza addentrarci in assurdi castelli di carta. Francesco Drogo questo lo fa molto spesso ed avviene di conseguenza il dramma; il dramma che si consuma in due direzioni, quella materiale e quella spirituale, inevitabilmente destinate ad intersecarsi in convergenze colme di sfumature misteriose, costituendo ideogrammi di sofferenza che l’occhio umano nota nell’arco della propria vita e che tenta di stemperare con le illusioni, sepolcrali strutture pittoriche che ingannano l’individuo, cullandolo nell’onirico ed ebbro calice della felicità giocoliera e mascherata.
Testuale: «…assurdo, refrattario agli anni, si conservava in lui, dall’epoca della giovinezza, quel fondo presentimento di cose fatali, una oscura certezza che il buono della vita fosse ancora da cominciare».
Il messaggio ventrale e pessimistico che permea le pagine di questo gioiello della letteratura è che la felicità ultima e completa non esiste mentre è da ricercare un assaggio di essa nella sua attesa e nel suo ricordo (la lezione de Il sabato del villaggio affiora con decisione) senza mai escludere le illusioni, forza vitale, che ci pongono in un’arnia di pace che somiglia più ad un palcoscenico in cui ognuno recita la propria parte, lottando per un’effimera porzione di felicità e per dare un significato al proprio vagare sul suolo. Ma cosa sono queste illusioni? Vi ricordate in Sostiene Pereira, il protagonista che chiacchiera con l’effige della moglie morta? C’è gente, in effetti, che parla coi morti… nel senso che davanti alla loro lapide o fotografia si mette a discorrere profondissimamente col defunto senza che egli possa ovviamente sentire nulla, beh… dicono che sia terapeutico per il vivo e che egli dopo si sentirà più leggero, probabilmente è vero. Questa è un’illusione che porta alla felicità o comunque che migliora le condizioni d’origine, una corrispondenza d’amorosi sensi di grande valore per il vivo. Il ricordo diversamente si rivolge al passato, al rimembrare gli attimi di gioia vissuti (che sono a loro volta le attese delle speranze passate). Tre canali quindi per riscoprire il senso della vita e cogliere il prezioso fiore della felicità: il ricordo, le illusioni e l’attesa. Ma l’attesa è pericolosa, ci può prendere per mano e non lasciarci più, facendoci ubriacare di speranza mentre la vita sfugge, il tempo corre mangiandosi gli anni forti e caricandoci di rimpianti.
Testuale: «Addio maggiore Ortiz, melanconico amico che non sei più capace di staccarti da questa bicocca; e come te tanti altri, troppo a lungo vi siete ostinati a sperare, il tempo è stato più svelto di voi, e non potete ricominciare».
Qui emerge quindi il maggior significato dell’opera: carpe diem, cogli l’attimo, non sprecare tempo. Kurt Cobain diceva che è meglio bruciarsi velocemente che spegnersi lentamente. Indubbiamente l’illusione, la speranza nei nostri sogni e l’attesa degli stessi possono garantire momenti di tripudio ma bisogna vigilare per non lasciarsi suggestionare un po’ troppo, in fin dei conti la vita è fatta per essere vissuta e anche per prendere cantonate quindi spesso essa ci chiede di rischiare e sta a noi accettare o meno la sfida. Ricordiamoci che quando saremo ormai disillusi e realisti per scegliere potrebbe essere troppo tardi e ci vedremo a desiderare soltanto la morte.
Testuale: «Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce ch’è inutile. Tutto quanto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai».
Inoltre è lampante come l’attesa ottusa del momento perfetto che non arriverà mai porti all’isolamento e al solipsismo masochista, pigro.
Testuale: «Drogo capiva di voler ancora bene a Maria e di amare il suo mondo: ma tutte le cose che nutrivano la sua vita di un tempo si erano fatte lontane; un mondo di altri dove il suo posto era stato facilmente occupato. E lo considerava oramai dal di fuori, pur con rimpianto; rientravi lo avrebbe messo a disagio, facce nuove, diverse abitudini, nuovi scherzi, nuovi modi di dire, a cui egli non era allenato. Quella non era più la sua vita, lui aveva preso un’altra strada, tornare indietro sarebbe stato stupido e vano».
Obbligatorio leggerlo.

di Mirko Roglia

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